Senza titolo 294

Abbiamo pazientato tre anni. Ora basta.

C’erano tre mozioni tra i fan degli Offlaga Disco Pax, sempre meno che all’interno del partito democratico (italiano o americano fa lo stesso). L’una presupponeva la non superabilità del modello "Socialismo tascabile"; pur attendendo un’eventuale seconda release come si sarebbero attese le elezioni del 1976, riteneva che un tale prodigio dovesse rimanere unico. La seconda avrebbe voluto una gran perestrojka, chissà un Max cantante(?!) o altri strumenti aggiunti, per segnare la rottura con un passato glorioso ma ora irripetibile. La terza si predisponeva generalmente bene al nuovo, in parte timorosa di perdere un portato generazionale in parte assetata di fiducia, lotta e governo.

Pochissimi i non allineati, quando il trio pietroburghese cominciava a snocciolare uno a uno, dal vivo, i possibili brani di un secondo disco. Ottomila copie vendute contro le pari baionette del duce, un caso unico negli anni Duemila di identificazione tra band e fanbase, in questo sì simili ai più volte accostati -ma parenti alla lontanissima- CCCP: ascoltati dai dark residui, dagli indie militanti, dai postpunkers, dai compagni delle ultime sezioni. Trasversali.

Com’è la Bachelite? Il disco è un pacs tra suoni e parole, come sopra. Ma sensibil-mente più coeso e omogeneo del precedente, di cui costituisce una ragionevole evoluzione: Collini non canta ma le parole paiono adagiarsi meglio sul tappeto, almeno quando sono in primo piano. Capita non di rado infatti -volutamente- che l’impalcatura strumentale sopravanzi le liriche nei volumi, in sede di registrazione. Il geometra figiciotto ha quarant’anni e i suoi sono comizi senza slogan ma con una morale, sempre. E la non-nostalgia è più per le persone (padre, partner temporanea, la solidarietà reggiana evocata anche dagli ultimi Giardini di Mirò) che per le campagne elettorali.

Un disco tondelliano, di fauna, in cui quasi ogni brano rimanda ad uno analogo del lavoro precedente, agevolato in questo dall’essere nove prima, nove dopo. E poi autocitaziooooni, autocitaziooooni, auto-cita-zio-oni. C’è anche qualcosa che non convince: il testo stravagante di "Fermo!", l’apertura un po’ debole con "Superchiome" che però promette di crescere. Alcuni pezzi sono molto lunghi, anche nove e sette minuti, ma ciò non inficia mai la resa: quest’album ha già i suoi punti fermi, le sue parole d’ordine, i suoi cambi di passo. E la grande fortuna di aver superato con meriti propri l’inevitabile fine dell’effetto sorpresa.

Superchiome. Lo specchio di Kappler, se diamo per buona la lectio dei paralleli. La somiglianza regge sull’inizio morbido di batteria elettronica, ma il brano già sfruttato nella seconda parte del tour fatica a partire di slancio. O più probabilmente i capitoli della Carlotteide stanno bene solo legati assieme l’uno con l’altro. Non un brutto brano, intendiamoci. Ma a confronto con tutto quello che viene dopo…

Ventrale. Che sta a Robespierre, nel senso del brano apripista. E non ci somiglia per niente: onde quadre di casio e moog (Enrico cura anche la produzione artistica del cd) vanno e vengono in battuta, sommergendo il ricordo di un Max undicenne reduce dagli europei di atletica. La favola dell’ultimo ventralista Volodymir Jashenko diventa metafora di sostegno naif all’ortodossia moscovita contro i fermenti ciellini di Solidarnosc o le terze vie del quasi occidente, tra "gran fenicotteri" e "soliti dilettanti laburisti": Molto godibile.

Dove ho messo la Golf? Chi l’ha ascoltata allo scorso Mi Ami stenterà musicalmente a riconoscerla. Un vecchio testo colliniano che ha il suo focus nell’incidentale rimando alla carriera del presidente brasiliano Lula, uno che ottiene l’obiettivo solo quando si annacqua, tra l’indifferenza generale ai suoi propositi, quando prima ben ci si preoccupava di non dargliela vinta in quanto comunista e pericoloso. Come sottrarre la propria auto ai guardiani dell’ordine. La musica accompagna, la Golf del fonico Kai riparte.

Sensibile. Per molti, ne sono certo, sarà il capolavoro del disco. Anche questa più volte performata sui palchi (sempre preceduta da un "abbiamo bisogno di un avvocato"), agghiaccia nel contrapporre una prima metà discorsiva, liquida e intubata sulle "gesta eroiche" della coppia Mambro-Fioravanti, a una seconda più aperta ed esplicita, col microfono riaperto e una serie di stilettate da antologia a seguito di uno sviluppo magistrale. Se servirà a riaffermare nella base musicale del paese il valore dell’antifascismo,il manifesto neosensibile ("stabiliremo dei limiti") resterà nella storia della cultura underground. Va da sé che intanto un concept così difficile non ha alcun addentellato in "Socialismo tascabile".

Lungimiranza. Il pezzo pop, pieno di staccati, con la chitarra di Daniele lasciata libera di (s)correre. Siamo dalle parti di Tono Metallico Standard, con i riferimenti -uno evidente, l’altro molto meno- a musicisti in seguito divenuti celebri: anche qua, il dito indica la luna già dall’intestazione, spettro delle mancate capacità divinatorie di Max (chissà cosa avrebbe potuto dire dell’esordio ODP un cuoco che li avesse serviti al terzo concerto assoluto, prima del disco…). La memoria vola ad Anagrumba e ArciNova, "un periodo in cui ognuno faceva il suo mestiere, il partito faceva il partito, la federazione giovanile faceva la federazione giovanile, l’Arci l’Arci, i fonici i fonici": per intenderci, è la prima volta che gli ODP firmano una canzone di questo tipo. La conclusione è inevitabile: il sol dell’avvenire si rivela sbrecciato, morettianamente di cartone, "il partito risulta non pervenuto". Uno dei miei pezzi preferiti, finora.

Cioccolato IACP. Dimenticate la versione offerta finora dal vivo. Nel disco sono nove minuti di lugubri campane a morto su un’epoca, con il "perchè" del toblerone incastrato in una trama da film neorealista, fortemente local e al contempo viscerale, fatto di regole poste ancorché non rispettate e dignità antica da modello emiliano. La lunghezza del discorso non fa aggio alla pura Weltanschauung offlaghiana, Daniele al piano incrocia il violino di Nicola Manzan e la controvoce di Jukka Reverberi, con il quale Max sta portando in giro -16 gennaio al Banale di Padova- un set di letture emiliane musicate, in cui questo testo può stare di diritto. Le spalle a Roncocesi, lo sguardo a Vladivostok (che è la nuova "i Van Halen"): trattenere la commozione è molto arduo. Altro masterpiece, due di fila. Ma tanto si sa che, come per le prove tecniche di trasmissione, le tracce preferite possono variare di giorno in giorno.

Fermo! L’ho detto: a fronte di ottime soluzioni sonore, crescenti, sostenute, mai banali, stavolta le liriche spiazzano. Mai gli Offlaga erano stati metaforici, anzi sempre diretti e questo gli è stato sempre riconosciuto come il miglior pregio: stavolta Max s’imbarca nella storia di un gambero che ha trovato habitat in un lago dell’Italia centrale, per lanciarsi in una parabola dai vaghi toni antiprotezionisti. Fa sorridere certo, e probabilmente pensare: io per esempio penso che -al momento- sia una pausa di coccio tra due bombe di ferro.

Onomastica. il capolavoro di Daniele Carretti, uno scuro giro di basso che non si sentiva dai primi Ottanta e che forse ne rievoca mille altri senza soffermarsi su uno in particolare. Una killer application. Il suono più bello e persistente del disco sorregge e innerva lungo tutti i sei minuti questa traccia remixabilissima giocata sull’anagrafe emiliana, battesimi da leggere come si scrivono. Jaures. "Jean Jaurès era un dirigente del partito socialista francese, venne ucciso prima del 1917". Perché un nome era tutto quel che davi. Enver, Engels, Hengel. Sovietismi, anagrammi melodrammi, moschettieri. Idea, Nuova, Idillio. Testa e piede sussultano all’unisono. Jenissei, Jenissei. Pronunce sballate. Wilmo Wilmer Wolmer Wagner Wainer. E il sax di Andy dei Bluvertigo, ripescato all’uopo e trattato chimicamente per chiudere una storia (la storia dei miei endorsement italoindie anche, 1998-2008). Brano di cui innamorarsi al primo colpo, terzo asso, rimanda per certi versi ad "Enver" come martello fino a che subentrerà la falce di un remix.

Venti minuti. La DeFonseca di Bachelite. Posta egualmente alla fine, sostituisce i traumi per la separazione da una ex con i malcelati tumulti interiori del rapporto col padre, mai amato eppure immanente soprattutto attraverso l’intermediazione di una conoscenza di gioventù. Metodica, puntuale, quasi attesa. Max parla col cuore in mano, come ad uno psicologo collettivo. Il testo alle prime si mostra appena più debole del gemello di tre anni fa, ma alla fine lascia il medesimo retrogusto dolceamaro, discreto, il sapore da ultimo pezzo di un album degli Offlaga Disco Pax, più efficace della somma delle sue componenti.

Il triumvirato esordirà con la Bachelite sabato 2 febbraio al Maffia di Reggio Emilia, poi partirà per tutta la penisola secondo l’estro di Mister Cyc Lorenzo Bedini. Ammetto di tentarle tutte per portarli al Big Fish di Sant’Anna di Chioggia, magari per un giovedì adiacente al mio compleanno, inizio aprile: Enrico sarà assiso a terminare la propria ipotetica partita di pacman, Daniele farà attenzione a occupare e percorrere il minor spazio possibile sul palco, Max proverà il microfono in autonomia rispetto alle altre attività ricreative che si staranno svolgendo dietro di lui…

"Bachelite" uscirà venerdì 8 febbraio per Santeria, distribuito da Audioglobe.

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